Torna in cima

George Nelson

George Nelson (1908-1986) ha progettato mobili dai nomi gustosi che rimarranno per sempre nell’immaginario e nella storia del design, come la Coconut Chair (1956), il Marshmallow Sofa (1956) e le Bubble Lamps (a partire dal 1952), ha diretto l’area design di un’azienda importante come la Herman Miller, ha progettato abitazioni private, ha fatto il fotografo, insegnato e scritto libri («Tomorrows House», 1944). In piena Guerra Fredda, ha organizzato la American National Exhibition a Mosca (1959), teatro dell’aspro scambio di batture tra Nixon e Kruscev noto ai più come «Kitchen Debate». Americano del Connecticut, classe 1908, che da tutti è conosciuto come uno dei padri del modernismo. Eclettico, progressista (in tema di design) e sempre in cerca di nuove soluzioni, Nelson ha fatto della sfida creativa la sua ragione di vita. Rispondendo ad un solo comandamento: sperimentare. Quasi per assonanza verbale gli anni Cinquanta sono quelli della « Experimental House», la prima casa a misura di fruitore: componibile a proprio piacimento e salva spazio, perché formata da cubi rivestiti con faccette di plexiglas. Nelson precorre (arriva a progettare una città senza automobili) e rincorre i tempi. Pensa all’ufficio – è lui il padre delle famose scrivanie a forma di L – quando la vita della gente comune non vi ruota ancora attorno completamente. La vita dell’architetto è un susseguirsi di bozzetti, idee, lezioni, sfide. Condivise con i grandi del mestiere e con quelli che grandi e famosi lo diventeranno più avanti: i nomi che ruotano attorno a quello di Nelson sono Ettore Sottsass e Michael Graves (che collaborarono con lo studio newyorkese Nelson&Company, fondato dal designer nel 1947 e da lui diretto per più di trent’anni), ma anche Ray e Charles Eames , Alexander Girard e Isamu Noguchi con cui Nelson, a tutti gli effetti pioniere del Corporate design, lavora alla Herman Miller. Arguto progettista e attento osservatore di una società in evoluzione, si dice avesse uno spiccato sense of humor. Ma anche un’etica profonda. Che lo portò a individuare come «grande problema del design contemporaneo» quello dei valori. Capisaldi di ogni sua attività, qualsiasi fosse. Perché le altre questioni, sebbene interessanti, erano liquidate come «superficiali».